Progettazione urbana
COMUNICATO STAMPA
Via Giulia e i progetti per deridere il processo democratico
7 Maggio 2011
Apprendiamo dala stampa del 6 maggio [1] che sette progetti per la "riqualificazione" di via Giulia - vicolo della Moretta di Roma sono esposti al pubblico per tre giorni, dal 6 al 9 maggio, presso l'Auditorium Parco della Musica (che non ne dà nemmeno notizia nel proprio sito web), dunque in una sede ben lontana dai residenti.
Se qualche cittadino visita la mostra, può esprimere la propria preferenza per uno dei progetti, e poi una Commissione deciderà quale costruire.
Visto però che i progettisti sono stati scelti a monte dalla Commissione stessa, secondo la "moda" architettonica corrente e senza nessun input pubblico, tutto il processo manca di democrazia dall'inizio. E' inoltre ben noto che lo studio del professor Marconi per la ricostruzione filologica degli antichi palazzi che insistevano sull'area, inizialmente incaricato dal Comune, è stato messo da parte senza spiegazioni, e ciò rende il quadro ancora più nebuloso.
Nonostante le forti e dettagliate critiche già pubblicate da più parti contro tale procedura e soprattutto contro i progetti stessi [2], la Commissione va avanti in tutta fretta senza rispondere alle obiezioni, che, nell'ordine, sono: il "pensiero unico" sottinteso allo stile modernista e stravagante di tutti i progetti pre-selezionati; la loro incongruenza con il centro di Roma, che rischia di aggiungere una nuova ferita al tessuto storico dell'Urbe; la distruzione dei reperti romani trovati durante gli scavi per la realizzazione di un parcheggio al di sotto delle nuove costruzioni ideate dai progettisti pre-selezionati; la dannosità urbanistica di tali parcheggi, che contribuiranno ad attirare ulteriore traffico sul Lungotevere, già trasformato in autostrada urbana; il pericolo di infiltrazioni d'acqua e di indebolimento strutturale per gli edifici vicini; l'offesa alla deontologia professionale di tutta la procedura; l'offesa al diritto allo spazio di chi lo vive, cioè i residenti, i romani tutti, e chiunque ami la città di Roma.
La progettazione partecipativa deve seguire alcune regole precise: ad es. coinvolgere il pubblico e gli utenti fin dall'inizio dei progetti; seguire la progettazione dei volumi edilizi e degli spazi pubblici con un team di partecipanti selezionati dai residenti locali; ecc. Mostrare invece dei rendering fatti e finiti, e sperare che qualche visitatore casuale di una mostra seminascosta e della durata di tre giorni esprima il suo parere, non è né partecipazione, né progettazione democratica, ma una presa in giro che getta un'ulteriore grave ombra sulla gestione della Capitale e del suo patrimonio storico-urbanistico.
il Gruppo Salingaros
Al Corviale e alle Vele i soldi di Pompei?
di Stefano Serafini
www.biourbanistica.org
Negli scorsi giorni girava in rete una gongolante email di Pino Galeota, già presidente della commissione cultura di Veltroni, nella quale si annunciava un protocollo d’intesa «che riconosce e inserisce il Quadrante Corviale in un progetto d’interesse nazionale». Il sospetto è che si tratti della proclamazione di una vittoria da talpe, e che il vero obiettivo dell’operazione sia la preservazione del Corviale, il serpentone lungo un chilometro, identificato dalla voce popolare con una prigione, ma “gran segno” per l’intellighenzia architettonica ormai sulla soglia della pensione. Contro le critiche urbanistiche e sociali, le proteste montanti, e il gran parlare di necessaria demolizione, ecco spuntare l’astuzia castale di attribuire ad uno dei più deteriori esempi della periferia romana la patente burocratica di “interesse nazionale”. È la scuola del soprintendente di Napoli Stefano Gizzi, il quale propose lo scorso ottobre di vincolare “per il loro valore storico e culturale” (!) le famigerate Vele di Scampia.
Del protocollo sappiamo solo che lo avrebbe dovuto firmare il 3 maggio, a Roma, Antonia Pasqua Recchia, Direttore Generale per il Paesaggio, le Belle Arti, l’Architettura e l’Arte Contemporanee presso il Ministero dei Beni Culturali. Possiamo immaginare che, mentre Pompei crolla sotto i vecchi e scriteriati restauri in cemento armato, grazie alla stessa smania per il calcestruzzo che produsse e continua a produrre periferie disgustose ed energivore come il Corviale con grave nocumento del paesaggio d’Italia, la sostanza dell’accordo preveda la distrazione di fondi del ministero a puntello del serpentone. E ci viene da domandare se il Ministro sia al corrente di questa operazione da circolo privato che si sarebbe dovuta svolgere nel cuore del MIBAC, a via di S. Michele. Dico sarebbe, perché il 2 maggio Pasqua Recchia ha improvvisamente annunciato forfait, rimandando la firma del protocollo a data da destinarsi.
Il Gruppo Salìngaros e la fondazione AVOE hanno dimostrato come continuare a buttar soldi nelle fauci del serpentone sia una mera scelta ideologica, nonché un grande spreco per le casse pubbliche. Demolirlo gradualmente, mentre si ricostruisce nella sua stessa area un nuovo eco-quartiere urbano come si fa da vent’anni in tutta Europa costerebbe di meno, e avrebbe delle ricadute di sanità pubblica straordinarie. Ma è proprio l’abbattimento del simbolo di una cultura architettonica supponente e autoreferenziale a terrorizzare questi signori, i quali preferiscono di gran lunga gestirne l’economia con buona pace di chi è costretto a vivervi. Incapaci di rispondere all’evidenza, ormai pubblica, costoro hanno scelto la strada della “resistenza” nei corridoi ministeriali.
Stupisce, ma non troppo, che a un simile gioco si sarebbe prestato, se si deve credere all’email, l’Assessorato alla Cultura della Capitale. Resta la speranza di una resipiscenza, magari incoraggiata da amministratori dotati di un po’ di coscienza del bene pubblico, e dal senso del pudore.
Sul Corviale hanno detto:
«Corviale, Le Vele, e gli altri ecomostri costruiti seguendo il pensiero totalitario di Le Corbusier, sono crimini contro l’umanità. Chiunque li sostenga come capolavori architettonici partecipa a una colpa oggettiva.» (Nikos A. Salìngaros, matematico e urbanista, Università del Texas a San Antonio, USA)
«Il più lungo errore del mondo. Il segno più vistoso del fallimento della periferia.» (Sergio Porta, cattedratico di Urbanistica alla Università di Strathclyde, Gran Bretagna)
L'area ex Lebole di Arezzo
Un quartiere non si costruisce tutto e subito
di Pietro Pagliardini
pubblicato su La Nazione, 16 Dicembre 2010, p. 2
Sarà possibile esprimere un’opinione sull’area ex Lebole senza suscitare retro pensieri, in questo clima da avanzata campagna elettorale? Probabilmente no, ma vale la pena provarci.
Un quartiere non si costruisce tutto e subito
di Pietro Pagliardini
pubblicato su La Nazione, 16 Dicembre 2010, p. 2
Sarà possibile esprimere un’opinione sull’area ex Lebole senza suscitare retro pensieri, in questo clima da avanzata campagna elettorale? Probabilmente no, ma vale la pena provarci.
Il Sindaco
ha ragione: il problema deve essere risolto, l’immobilismo è la peggiore scelta.
Ma il nodo vero sta nella mancanza di iniziative forti, a parte i così detti
“volenterosi”, che però possono fornire una risposta quantitativamente
limitata, circa un 10% del totale, e soprattutto qualitativamente scontata:
commerciale, l’apparente soluzione a tutti i mali edilizi.
Diciamo la
verità: se domani si facesse avanti un grande imprenditore che volesse farci
una fabbrica da 1000 dipendenti, faremmo tutti salti di gioia e quell’area conserverebbe
la sua destinazione senza drammi. Ma così non è. Trascuriamo le città della
salute o i poli tecnologici, idee estemporanee basate su improbabili investimenti
pubblici, cioè su carrozzoni senza futuro che non garantiscono niente, nemmeno
alla proprietà.
E allora
bisogna smetterla di ragionare in termini di salvifiche “funzioni” specialistiche e pensare a quell’area
come ad una parte della città, da inglobare nel circuito urbano e da trattare
come un problema urbanistico. Un’area dalle superfici enormi, non solo per
Arezzo, che potrà essere attuata solo in tempi lunghi, in fasi successive e con
grande flessibilità, per poter dare risposte alle esigenze che di volta in
volta si presenteranno. Per fare questo, e senza voler sminuire la qualità del
progetto presentato, va detto che quel progetto è inadatto allo scopo perché è
rigido, una somma di oggetti architettonici immodificabili, adatto, ad esempio,
ad un’unica grande azienda. La soluzione non sta, in prima battuta, nel
progetto architettonico bensì in quello urbanistico che deve consistere nel
disegno di una maglia stradale forte che permetta di collegare l’area a
Pescaiola, a via Fiorentina e al centro; che crei macro-isolati regolari frazionabili
e flessibili, che possano accogliere tutte le “funzioni” che caratterizzano una
città, nessuna esclusa e che, con il tempo, con molto tempo probabilmente, possano
dare origine ad un tessuto urbano vitale dal nome “quartiere Lebole”.
Un quartiere
che cresca nel tempo e che venga assimilato dalla città esistente. E’
certamente difficile e l’esito non può che essere legato alle condizioni del
mercato, non alle velleità dell’architetto e nemmeno a quelle della politica, ma
l’importante è che il disegno urbano alla fine produca questo risultato. E’ una
opzione questa che richiede le funzioni pubbliche, il commerciale diffuso,
assolutamente necessario, la residenza, il direzionale, il verde e persino il
produttivo, se richiesto. Una città vera, insomma, non un oggetto di design da
realizzare “tutto subito”, per quanto bello appaia.
E’ una
scelta economicamente vantaggiosa per la stessa proprietà perché consente la
cessione a molti soggetti diversi e non ad un inesistente unico attore e permette
investimenti modulati nel tempo, in base al mercato, isolato per isolato,
invece di un unico, enorme investimento, pericoloso per la proprietà e per la
città.
E’ una
scelta intrinsecamente a favore dell’economia locale, senza rincorrere a dubbi
protezionismi. Arezzo non può sostenere contemporaneamente la ex Lebole, la
Unoaerre e la Cadorna, tre investimenti unitari da oltre mezzo milione di metri
cubi, più o meno 400 milioni di euro; nessuno può ragionevolmente crederlo.
E’ una
scelta che non espande la città, che la densifica, che la rende migliore e che
redistribuisce ricchezza su una più larga base locale e sociale.
24 Giugno 2010 - COMUNICATO STAMPA
KRIER E SALINGAROS A ROTTERDAM
Il 22 e il 23 giugno, presso il
prestigioso Istituto di architettura Berlage, hanno avuto luogo due conferenze sul futuro urbanistico della grande
città olandese di Rotterdam, distrutta dai bombardamenti aerei tedeschi e
successivamente ricostruita in obbedienza a uno stile rigidamente modernista post-bellico.
Per la prima volta le idee del New
Urbanism sono state presentate alle autorità civiche e politiche olandesi. Il
grande architetto e urbanista insignito del premio Driehaus, Léon Krier, ha presentato
un modello di città a scala umana nel suo intervento “La città compatta” la
sera del 22. La sera successiva, il matematico e urbanista Nikos Salingaros,
con il titolo “Riutilizzare la città” ha introdotto i principi dell’urbanistica
biofilica.
Salingaros ha poi partecipato a un
dialogo col l’arch. Jeroen de Willigen, direttore dello studio “Black Dog” di
Rotterdam, impegnato nella pianificazione di una grande ristrutturazione
urbanistica di Rotterdam con il fine di aumentarne la vitalità. Le idee dello
studio Black Dog si sono rivelate perfettamente complementari alle ricerche
condotte dal Gruppo Salingaros, che conta soci in Italia e in Portogallo. L’intervento
di Salingaros e il dialogo con Willigen sono stati promossi della Fondazione
AIR Centro per l’Architettura.


